DISCOURS DE PAUL VI
... à l'occasion du drame aux Jeux Olympiques de Munich en 1972 ...
Nono
possiamo prendere la parola in questa bella riunione, fraterna e
serena, senza sollevarci quasi un peso dal cuore: è quello delle
notizie, che non potrebbero essere più tristi e più gravi, giunte
questa notte e questa mattina da Monaco. Sapete tutti come è finito in
una tragedia, in un eccidio miserabile e dolorosissimo, l’episodio
degli atleti israeliani e, dall’altra parte, dei guerriglieri arabi,
venuti apposta per scontrarsi, in tale misura, nella violenza e nel
sangue.
Noi deploriamo questo fatto, che veramente disonora il nostro tempo, un
tempo che era teso verso la pace, verso la fraternità; fatto accaduto
in un luogo e in un momento che è celebrativo della fraternità umana e
che è adesso interrotto - speriamo che possa riprendere - è sospeso da
questo terribile avvenimento. Si calcolano a diciotto le vittime di
questa triste tragedia. E dinanzi a questi morti, parte caduti per il
dovere, senza avere la minima colpa, e parte caduti per la propria
violenza, non possiamo non essere molto tristi noi stessi e non
esprimere il nostro turbamento con la nostra forte deplorazione. Prima
di tutto perché il sangue umano rende sempre tristi e fa sempre
ribrezzo; e poi perché il tragico episodio porta il turbamento sopra
una scena bella, giovanile, quella sportiva, che si stava celebrando
con tanto ordine e con tanta tensione di animi in tutto il mondo. E
guardiamo anche lontano - lontano, ma non al di là delle previsioni
possibili - e cioè alle ripercussioni che questo ha sul mondo. Non è un
episodio che resta isolato. Tutti gli spettatori - milioni - che sono
sparsi sulla terra restano tristemente feriti e vulnerati nel loro
spirito da questo inesplicabile scontro. E Dio voglia che non si
producano altri simili episodi, come tristemente lo comporta la natura
della nostra debolezza umana. L’odio genera odio; il sangue vuole il
sangue; la vendetta, la vendetta. Dove si va? Si riaccendono tanti
sentimenti cattivi, gravi, che lacerano la pace negli animi.
E questo non possiamo non deplorare, ripeto, con grande dolore, con
grande veemenza. Sì, ancora; ma veemenza di amore. Poveri noi! Poveri
noi, che siamo ancora a questo grado di insipienza e di inciviltà. Noi
deploriamo poi il modo - che adesso diventa comune, quasi di moda -
proditorio, perché va contro persone che non se l’aspettano, che non si
difendono. Non possiamo anche noi non lanciare la nostra voce e l’onda
dei nostri sentimenti, che vogliono ancora essere quelli della
fraternità, quelli della pace, quelli dell’amore in un mondo che resta
così disturbato da questa scena di violenza e di sangue.
E poi, andiamo, sì, al di là, ancora, col pensiero. Perché? Quali le
cause? E anche queste non possono non rattristarci. Se c’è questa
smania di esplodere in simili episodi, è segno che c’è un grande male,
una grande sofferenza negli animi, che diventano ciechi e si concedono
queste esplosioni di vendetta, di risentimento.
Tanto abbiamo pregato, tanto abbiamo fatto anche noi per cercare di
sopire, di eliminare le cause che adesso hanno queste espressioni così
cattive e così dolorose.
E ci raccomandiamo a che cosa? Ancora alla bontà degli uomini, alla
bontà di Dio. Cerchiamo di essere più buoni, di perdonare, di amarci,
di ritornare ai pensieri che devono essere i programmi dell’umanità e
della civiltà: quello della fraternità, quello dell’aiuto e, diciamo
pure grandi parole cristiane, quello del perdono e della speranza.
E innalzando al Signore il nostro grido, che ci perdoni tutti e ci
aiuti ad essere più buoni; e lanciando il nostro augurio e la nostra
commiserazione per quanti sono colpiti da questo tristissimo episodio,
noi inviamo al mondo e al luogo di questa tragedia il nostro voto di
pace e di benedizione.
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